In quel contesto è nata una passione autentica, accompagnata nel tempo da una sensibilità sempre più istintiva nel cogliere segnali, evoluzioni, direzioni.
Il design è quindi per me l’ambiente che vivo da sempre, un linguaggio che conoscevo prima ancora di riconoscerlo come tale.
Poi è arrivata anche la mia laurea in architettura, che ha dato struttura a quell’intuizione originaria. Ho imparato a leggere lo spazio e a interpretarlo, a lavorare su interior design, sistemi d’arredo, materiali e finiture con uno sguardo che tiene insieme funzione e atmosfera, e piano piano ho spostato l’attenzione sul modo di comunicarli correttamente.
Chi ha imparato a leggere un disegno tecnico sviluppa un’attitudine particolare alla comprensione del prodotto. E sa come interpretarlo e descriverlo.
Frequento le fiere, ascolto i progettisti, osservo i materiali che emergono, studio le tensioni culturali che anticipano i cambiamenti del gusto. Per i brand con cui lavoro, credo che questo si traduca in uno strumento concreto, aiuta a posizionare un prodotto nel momento giusto.
Negli anni, lavorare con aziende e professionisti del design mi ha confermato qualcosa che non esiste un settore più esigente sul piano del linguaggio. La parola sbagliata può sminuire un progetto nato da anni di ricerca. Il tono approssimativo può fare sembrare ordinario ciò che non lo è. E allora la cura nel comunicare è parte integrante della qualità del prodotto stesso.
Cinquant’anni di storia dell’agenzia che porto avanti mi hanno lasciato in eredità qualcosa di molto specifico: una mailing list coltivata nel tempo, un rapporto di fiducia con le testate di settore, e soprattutto una capacità di distinguere il racconto autentico dalla narrazione di facciata.
Il design lo si riconosce. E si riconosce anche chi lo sa raccontare davvero.
Per questo il design è qualcosa di più del settore in cui lavoro. È il posto da cui guardo tutto il resto.