Con la stampa estera questa complessità si moltiplica e va ben oltre la semplice traduzione dei contenuti, perché oltre alle specificità di ogni redazione entrano in gioco i linguaggi dei mercati, ciascuno con una propria cultura visiva, una sensibilità estetica, un rapporto con il made in Italy che non è mai neutro. Il pubblico scandinavo legge il design italiano attraverso una lente funzionalista, attenta alla coerenza tra forma e materia. Quello americano tende a privilegiare la narrativa del brand, il racconto di un’identità forte e riconoscibile. Il mercato giapponese ha una familiarità profonda con la qualità artigianale, ma valuta proporzione e dettaglio con criteri che non sempre coincidono con quelli europei.
Insomma, muoversi in questo panorama richiede una conoscenza che non si improvvisa ma ancora una volta è fatta di relazioni costruite nel tempo, spesso nate dopo partecipazioni a Fiere estere, di ascolto costante, della capacità di capire non solo cosa cerca una redazione, ma come lo cerca e in quale momento è più ricettiva.
In tanti anni di attività ho compreso che la continuità rappresenta l’unico vero valore aggiunto.
Vale con la stampa italiana, vale con quella estera: i rapporti che contano si costruiscono con il tempo e con la costanza. Senza questa continuità, anche il contatto più promettente rischia di restare una meteora, una presenza brillante e brevissima, che non lascia traccia.
E l’esperienza di un ufficio stampa che conosce i vari mercati, che ha costruito nel tempo una familiarità reale con le redazioni, può trasformare un’azienda da nome su una lista in un riferimento a cui un giornalista pensa spontaneamente quando cerca una storia.