Il PRO esiste, ed è reale. Quando un giornalista sceglie di inserire un prodotto in un editoriale, solo per il suo valore estetico o per l’innovazione che porta, il lettore percepisce un’autorevolezza che nessuna pagina sponsorizzata riesce a replicare con la stessa profondità. Il filtro redazionale è una forma di certificazione. Questo vale, e si percepisce. A questo poi si aggiunge anche un saving in termini di budget marketing, perché pianificare una campagna ADV annuale ben strutturata ha un suo costo.
Il CONTRO, però, è strutturale. Senza ADV manca potere contrattuale nei confronti delle redazioni. I tempi si allungano, la visibilità non è immediata, e in un panorama editoriale sempre più compresso, tra organici ridotti e attenzione frammentata, l’assenza di investimento pubblicitario riduce l’accesso a certi contesti. Non si ha controllo sulla narrazione finale, né sulla data di pubblicazione. In un mercato che segue ritmi stagionali serrati, questa incertezza può diventare un limite operativo concreto.
C’è anche un aspetto che sottolineo sempre, fin dal primo incontro con un cliente: i magazine, soprattutto quelli cartacei, sostengono costi enormi di redazione, produzione e distribuzione. Non ci si può aspettare che, generosamente, pubblichino i nostri prodotti solo perché sono belli. Sostenere una testata in cui si crede, acquistando spazio pubblicitario, è anche una forma di rispetto verso chi fa quel lavoro.
E questo aiuterà la redazione da una parte, e il cliente dall’altra.
I risultati, con un buon prodotto, arrivano sempre. Ma richiedono tanta pazienza che talvolta i clienti dimenticano.